Le barriere comunicative tra noi e l’anziano disorientato


QUANDO TRA E NOI E L’ANZIANO NASCONO DELLE BARRIERE COMUNICATIVE

Qual è il primo pensiero che viene in mente quando si parla di barriere comunicative riferite alla relazione con l’anziano disorientato?

Spontaneamente il nostro pensiero va alle difficoltà, da parte dell’anziano di comprendere quello che gli viene detto, questo dovuto al fatto che la demenza crea, già dalla sua insorgenza, dei deficit cognitivi che interferiscono con il linguaggio sia parlato che compreso.

Questo decadimento, che rende complicata la comunicazione “verbale” con i nostri anziani, aumenta con il passare del tempo. La loro difficoltà nel comprendere le parole rende sempre più complicato, per chi assiste, guidare verbalmente lo svolgimento di attività semplici, come ad esempio lavarsi le mani o prendere degli oggetti.

Allo stesso tempo subentra anche per noi la difficoltà nel capire quello che loro ci dicono. Con il progredire del disorientamento infatti, il linguaggio si fa sempre più confuso.

I termini vengono sostituiti da altri che non sono attinenti, oppure sono di fantasia (la cosiddetta insalata di parole), ma se noi siamo attenti, e abbiamo voglia di capire, possiamo intuire ed interpretare quello che il nostro anziano vuole comunicarci, anche se con fatica, almeno fino a quando le parole non diventano davvero incomprensibili e si trasformano in silenzio.

COME SUPERARE LE BARRIERE COMUNICATIVE

Quando il nostro anziano si trova nella prima fase si
tratta di difficoltà superabili, ma col tempo possono diventare delle vere e proprie barriere comunicative legate al linguaggio. Barriere comunicative che si possono presentare sotto due aspetti:

1) L’anziano disorientato non trova le parole per comunicare qualcosa, o usa termini creativi che non capiamo, e questo fa insorgere grande frustrazione da entrambe le parti che può degenerare in irritazione e successivamente in rabbia, fino all’aggressività.

Come ridurre la frustrazione e la rabbia

Qualche suggerimento da mettere in atto nel quotidiano:

  • aspettare che il blackout temporaneo si risolva;
  • lasciargli il tempo di cui ha bisogno per trovare il termine che sfugge;
  • suggerire le parole se pensiamo di avere capito quello che vuole dirci (solitamente non si offendono anzi, sono felici di essere stati capiti e si sentono rassicurati);
  • provare a rimandargli la parola come l’abbiamo capita (rispecchiare), a volte questo può fare da input per trovare la parola corretta;
  • togliere peso alla difficoltà senza sminuirne l’importanza con una frase del tipo “capisco che ti dia tanto fastidio quando non trovi le parole, ma non succede nulla se in questo momento non ti viene, proviamo a pensare ad altro e vedrai che arriveranno da sole…”.

2) L’anziano disorientato non comprende il significato delle parole che gli diciamo, di conseguenza non riusciamo a fargli compiere azioni o procedure del quotidiano anche semplici, ma importanti come lavarsi o vestirsi.

Come favorire la comprensione  

Alcune strategie utili da utilizzare all’interno delle mura domestiche:

  • Usare termini semplici;
  • mettersi alla sua altezza e guardarli direttamente in viso in modo che possa seguire il labiale;
  • fare in modo che la sua attenzione sia il più possibile concentrata su quello che gli stiamo dicendo;
  • verificare se ci siano fattori ambientali, o legati alle sue necessità di quel momento, che possano distrarre l’anziano come rumori, suoni o situazioni che quindi potrebbero attirare la sua attenzione, cercando di eliminarli o almeno ridurli;
  • dove possibile, aiutiamoci con la gestualità, se ad esempio davanti al lavandino le nostre parole “lavati la faccia” non hanno significato, proviamo ad aprire l’acqua e aiutiamolo ad iniziare la procedura;
  • laddove è possibile utilizziamo il dialetto, ricordando che questo linguaggio acquisito nell’infanzia è quello che arriva con maggior immediatezza;
  • verificare che non ci siano deficit uditivi a complicare ulteriormente la comprensione, in quel caso usiamo un tono di voce basso ed appoggiamo la mano sul petto dell’anziano mentre parliamo, attraverso la vibrazione si aumenta la possibilità di comprensione, urlare usando un tono di voce acuto non funziona;
  • sfruttiamo la “memoria visiva” provando a scrivere quello che vogliamo dire oppure usiamo le immagini per illustrare delle procedure.

QUANDO INVECE SI TRATTA DI LEGITTIMA DIFESA

Non dimentichiamo che a volte, quando ci danno risposte inadeguate o incoerenti, non è che “fanno apposta a non capire”, spesso stanno semplicemente mettendo in atto la cosiddetta legittima difesa (vedi “Le parolacce che non ti ho mai detto).
Rispetto ad un deficit che percepiscono e non accettano, si difendono rifiutandolo e cercando di mascherarlo a noi e anche a sé stessi.

C’è inoltre la convinzione comune che il silenzio sia sintomo di difficoltà di comunicazione mentre in realtà il Metodo Validation ci insegna che, se noi impariamo ad utilizzare e a leggere nell’altro la parte non verbale, la comunicazione continua spostandosi su canali diversi, ma senza interrompersi.

L’ARGOMENTO DEL PROSSIMO APPUNTAMENTO

In questo spazio siamo appena riusciti a toccare attraverso il linguaggio una parte dell’argomento “barriere comunicative”.

L’altro aspetto delle “barriere comunicative” è la comunicazione non verbale, che trattandosi di un argomento carico di emozioni da contribuire a costruire o distruggere altrettante barriere merita un capitolo a se.

Tutto ciò che passa attraverso le nostre emozioni ha un impatto talmente significativo nella comunicazione da diventare risolutivo o insormontabile, soprattutto in una relazione che vede dall’altra parte un anziano reso ancora più fragile e sensibile dal disorientamento.

Per questo nel prossimo articolo del 17 settembre (ci prendiamo una piccola pausa estiva!) tratteremo nuovamente questo argomento, ma toccandone un altro aspetto e spostandoci dal linguaggio all’atteggiamento con: “Quando le barriere comunicative dipendono dall’atteggiamento”

Infine vi salutiamo invitandovi a  condividere con noi le vostre esperienze e per farlo potete scrivere a info@storiedialzheimer.it o se preferite, inviare un messaggio privato alla Pagina Facebook Storie di Alzheimer.

Riporteremo poi le vostre storie in forma anonima, storie che saranno d’aiuto per chi si trova nella vostra stessa situazione.

Trovo indispensabile sottolineare che il metodo Validation può essere applicato avendo la consapevolezza che alcuni piccoli suggerimenti, da soli, non potranno portare a risultati “miracolosi”

Patrizia Gelmi

Ben trovato a chi ha deciso di conoscere il metodo Validation attraverso Storie di Alzheimer.
Il tema all’interno di Storie di Alzheimer non ha l’obbiettivo di formare,
esistono infatti incontri e corsi strutturati a questo scopo, ma bensì di “dialogare”.
L’obbiettivo è portare a conoscenza delle famiglie il metodo che ha cambiato negli ultimi 15 anni la mia vita, sia dal punto di vista lavorativo che personale.

Patrizia GelmiFormatrice Validation

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