Comunicare con l’anziano disorientato attraverso il suo senso preferito


UTILIZZARE I 5 SENSI PER ENTRARE IN CONTATTO CON L’ANZIANO DISORIENTATO

Quando parliamo di senso preferito, cosa si intende?

È noto che noi ci relazioniamo con il mondo, e con le altre persone, filtrando le esperienze attraverso i 5 sensi.

Questo concetto è stato sviluppato ampiamente dalla PNL (Programmazione Neuro Linguistica), metodo che si occupa, dagli anni ‘70, dello studio delle modalità di comunicazione.
Partendo dal presupposto che ognuno di noi conosce e interpreta la realtà e di conseguenza si esprime attraverso i 5 sensi, i suoi fondatori Bandler e Grinder, hanno rilevato che attraverso uno di essi in particolare costruiamo la rappresentazione interna soggettiva della nostra realtà.

Sono stati così individuati tre gruppi di persone che interpretano la realtà secondo il proprio senso preferito. Ci sono persone di tipo:

  • visivo, che usano la vista;
  • auditivo, che usano l’udito;
  • cinestesico, che usano il tatto, il gusto o l’olfatto.

COME RICONOSCERE IL PROPRIO SENSO DOMINANTE?

Per capire quale sia il nostro senso preferito, ci  basta osservare l’utilizzo delle parole all’interno della normale conversazione, certi termini infatti ci richiamano facilmente a uno in particolare dei nostri sensi:

  • ESPRESSIONE
  • Non ci vedo chiaro
  • Mi suona male
  • Ho una sensazione poco bella
  • TIPO DI PERSONA
  • Visivo
  • Auditivo
  • Cinestesico

Si tratta di tre modalità diverse usate per esprimere un concetto analogo, ma i termini utilizzati evocano chiaramente quale sia il senso dominante per la persona che li ha pronunciati.

Qualche volta può non risultare così definita l’appartenenza ad uno dei tre gruppi ma, anche dove sembra coesistere grande equilibrio tra i vari sensi, se si osserva bene, si riesce sempre ad individuarne uno predominante.

Un’altro modo per scoprire il nostro senso preferito consiste nel pensare a quale metodo utilizziamo per fissare delle informazioni a partire dal metodo usato a scuola per studiare.

Se ad esempio durante le lezioni per memorizzare abbiamo avuto bisogno di seguire l’insegnate guardando la pagina, o di scrivere quello che veniva detto, è probabile che apparteniamo al gruppo di persone di tipo visivo se invece ci rimanevano impresse le informazioni soprattutto prestando attenzione, è molto probabile che apparteniamo al gruppo  uditivo.

Anche la professione scelta ci può indirizzare verso il senso preferito, infatti un musicista, un avvocato o comunque un oratore è molto probabile che appartengano al gruppo uditivo, mentre uno stilista, un’estetista, un fotografo o architetto è probabile che abbiano la vista come senso prediletto.
Le professioni di tipo creativo/artigianali, come chi lavora la creta o le stoffe o altri materiali, dove c’è manipolazione, si esprime con una predisposizione al contatto che fa pensare ad una predominanza cinestesica.

Viene istintivo comprendere che, appartenere ad uno stesso gruppo ed utilizzare un linguaggio condiviso, contribuisce a creare un ponte comunicativo ed una sintonia naturale che, aggiunta alla sensazione di sentirsi compreso, rende più fluida e semplice la comunicazione fra i componenti.

CERCARE IL SENSO PREFERITO DELL’ANZIANO E USARLO PER INSTAURARE UNA COMUNICAZIONE

Anche per questo motivo, conoscere il senso preferito del nostro anziano ed utilizzare parole che lo richiamino, oltre a semplificare e favorire la comunicazione, può contemporaneamente aiutarci a mettere in moto il meccanismo della fiducia che deriva dalla sensazione “parli la mia stessa lingua, mi capisci, posso fidarmi…”.

Naturalmente la prima strategia da utilizzare per comprendere a quale gruppo appartiene il nostro anziano è l’osservazione dei termini che la persona usa normalmente nell’esprimersi e che, utilizzati in modo inconsapevole dalla persona, ci guidano alla scoperta del suo “senso preferito”.

Vediamo alcune parole chiave, come quelle che richiamano la vista:

  • chiarire;
  • focalizzare;
  • guardare;
  • illustrare
  • immagine;
  • lampante;
  • luce;
  • occhio;
  • oscuro;
  • osservare;
  • prospettiva;
  • scena;
  • sguardo;
  • vedere;
  • visione;

Le parole chiave che richiamano l’udito:

  • armonia;
  • ascoltare;
  • chiaro;
  • dire;
  • raccontare;
  • ritmo;
  • musicale;
  • senza parole;
  • silenzioso;
  • suona bene;
  • tacere;
  • tono;

Le parole chiave che richiamano il senso cinestesico:

  • afferrare;
  • approfondire;
  • caldo;
  • concreto;
  • contattare;
  • percepire;
  • pesante;
  • pratico;
  • ruvido;
  • sensazione;
  • soffrire;
  • solido;
  • stringere con mano;

L’uso mirato dei termini di uno di questi gruppi, inseriti all’interno della comunicazione, ci aiuta ad entrare con maggior facilità in sintonia con la persona con cui vogliamo relazionarci.

L’utilizzo di  questa tecnica è funzionale anche nella comunicazione con le persone disorientate in quanto, usare termini che appartengono al loro canale sensoriale dominante, ci aiuta ad agganciare la loro attenzione ed in alcune situazioni può fare la differenza, come ad esempio quando chiediamo loro di fare qualche cosa oppure abbiamo bisogno di fare una domanda.

Se abbiamo di fronte un visivo possiamo anche scrivere delle procedure semplici da fare piuttosto che scandirle a voce passo a passo nel caso di un uditivo, in questo modo riusciremo ad avere più attenzione e maggior correttezza nell’esecuzione (come ad esempio nel lavare i denti).

Comprendere il senso preferito ci può essere inoltre d’aiuto anche per trovare le strategie migliori nei momenti di noia del nostro caro o per “tranquillizzarlo” nei momenti di crisi.

Sappiamo bene che tecniche come la musicoterapia o la pittura, o altre ancora,  possano essere di aiuto indipendentemente dal senso preferito, ma l’utilizzo specifico della musica o della radio o della lettura con una persona che predilige l’udito  è probabile che dia maggior risultato, così come guardare foto, immagini, quadri  potrà aiutarci con chi preferisce l’uso del canale visivo, mentre svolgere attività manuali o sensoriali favorirà l’attenzione e la calma in una persona cinestesica.

COSA FARE QUANDO L’ANZIANO SI CHIUDE IN SE STESSO ED ENTRARE IN CONTATTO DIVENTA SEMPRE PIÙ COMPLICATO?

Conoscere questa tecnica può rendere più facile superare il muro della chiusura ed entrare in contatto, se:

  • uso lo sguardo, il contatto degli occhi o immagini significative con l’anziano visivo;
  • prediligo il verbale (canzoni, preghiere filastrocche) con l’uditivo;
  • mi concentro sul contatto fisico (carezze, massaggi) nel caso dell’anziano cinestesico.

È probabile che, nonostante la comunicazione in questa fase del disorientamento sia più difficile (3 Fase secondo Naomi Feil), se noi andiamo incontro al nostro anziano sfruttando il canale comunicativo a lui più congeniale e familiare, abbiamo maggior probabilità di riuscire ad agganciarlo ed entrare, anche se per poco tempo, in contatto con lui.

Un contatto che se riusciamo ad instaurarlo anche solo per un breve momento si può tradurre in un’emozione indescrivibile ed indimenticabile per il familiare, ma anche per un operatore.

L’ARGOMENTO DEL PROSSIMO APPUNTAMENTO

Nell’articolo di quest’oggi vi abbiamo mostrato un possibile modo di contatto con i vostri cari, un tentativo che in fondo non ci costa alcuna fatica, perché non provare?

Come sempre vi invitiamo a  condividere con noi le vostre esperienze e per farlo potete scrivere a potete scrivere a info@storiedialzheimer.it o se preferite, inviare un messaggio privato alla Pagina Facebook Storie di Alzheimer.

Ricordate che condividere, in forma anonima, è un’aiuto per chi si trova nella vostra stessa situazione.

Vi salutiamo dandovi appuntamento con il Metodo Validation il prossimo 20 maggio con “Metodo Gentlecare: l’ambiente protesico per l’anziano disorientato”

Trovo indispensabile sottolineare che il metodo Validation può essere applicato avendo la consapevolezza che alcuni piccoli suggerimenti, da soli, non potranno portare a risultati “miracolosi”

Patrizia Gelmi

Ben trovato a chi ha deciso di conoscere il metodo Validation attraverso Storie di Alzheimer.
Il tema all’interno di Storie di Alzheimer non ha l’obbiettivo di formare,
esistono infatti incontri e corsi strutturati a questo scopo, ma bensì di “dialogare”.
L’obbiettivo è portare a conoscenza delle famiglie il metodo che ha cambiato negli ultimi 15 anni la mia vita, sia dal punto di vista lavorativo che personale.

Patrizia GelmiFormatrice Validation

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