Che cos’è l’atteggiamento convalidante? – Ascolto Attivo e Comunicazione Non Verbale

Riprendiamo oggi l’ultima parte dell’atteggiamento convalidante attraverso l’ascolto attivo, aspetto della comunicazione necessario per poter essere empatici.

Anche per riuscire a sviluppare questa capacità è necessario investire tempo, volontà ed esercizio, come per gli altri aspetti che compongono l’atteggiamento convalidante, ma i risultati che si possono ottenere sono gratificanti.

CHE COS’È L’ASCOLTO ATTIVO?

Ascolto attivo significa mettere nell’atto dell’ascolto, non solo il senso dell’udito, ma anche la vista, offrendo così la nostra totale attenzione.

Questo fa sentire chi c’è dall’altra parte, effettivamente ascoltato, il nostro caro sente che c’è dell’interesse vero per quello che sta esprimendo e la relazione si rafforza.

Per mettere in atto l’ascolto attivo, anche in questo caso, ci viene in aiuto la tecnica del Centering che ci aiuta a concentrarci per comprendere nella sua interezza il messaggio che l’altra persona vuole trasmetterci.

Capacità di osservazione, attenzione e comprensione sono le componenti chiave dell’ascolto attivo, fondamentali per andare oltre le parole che vengono dette, soprattutto quando siamo davanti ad un anziano che si esprime in modo confuso o non riesce più a farlo attraverso il linguaggio.

Questo tipo di ascolto, è di grande aiuto nelle relazioni in generale e diventa fondamentale quando siamo con i nostri anziani disorientati, in qualsiasi “fase” essi si trovino, così ci insegna Naomi Feil. Naome Feil suddivide il disorientamento dell'anziano in 4 fasi

Se esaminiamo le nostre conversazioni infatti, ci accorgiamo che spesso anche mentre ascoltiamo il racconto di un problema di un’amica, in realtà, stiamo già elaborando una risposta, un consiglio, un “anche a me capita che…”

Mettendo in atto questo schema perdiamo gran parte del contenuto emotivo.

Quando siamo davanti ad un anziano che ancora si esprime bene, l’ascolto attivo ci aiuta ad evitare il rischio che la nostra attenzione sia più rivolta verso il bisogno di risolvere, attraverso un consiglio, per far valere il nostro punto di vista, piuttosto che verso quello che ci sta dicendo l’altra persona.

Validation però ci insegna che il nostro anziano non ha bisogno di consigli, opinioni ma di essere ascoltato davvero con interesse e accoglienza, dando valore a quello che dice o esprime

MA SE IL NOSTRO ANZIANO NON PARLA?

A maggior ragione l’ascolto attivo diventa strumento indispensabile per capire e convalidare la persona disorientata, le cui facoltà del linguaggio sono compromesse.

“Sentire” quello che sta esprimendo ed accogliere le emozioni  di chi “parla” con un linguaggio non verbale, richiede un grande sforzo di attenzione.

Se vogliamo in questo caso davvero ascoltare l’altro, dobbiamo realmente andare oltre le parole e per fare ciò, dobbiamo necessariamente essere attenti alla comunicazione non verbale del nostro anziano.

Per cercare di rendere più chiaro questo argomento così complesso, dobbiamo per forza accennare ad alcune delle componenti e caratteristiche del linguaggio non verbale, che ci possono servire nella pratica dell’ascolto attivo con l’anziano.

LA COMUNICAZIONE NON VERBALE

Come in qualunque comunicazione, anche qui ci sono due soggetti coinvolti, quindi analizzeremo alcuni aspetti del linguaggio non verbale che dobbiamo mettere in atto noi e quelli che invece dobbiamo “ascoltare” e cogliere nel nostro anziano.

Come accennato anche nello scorso articolo ,dedicato al racconto di una lettrice di Storie in Valigia “Le Vostre Storie: la mamma, casa e l’album di foto” , ci sono alcune “strategie” che ci aiutano in generale nell’approccio con l’anziano disorientato e sono fondamentali per entrare in contatto con lui, perché fanno parte del nostro linguaggio non verbale.

il linguaggio non verbale deve favorire la comunicazione e trasmettere interesse e calore 

LE TECNICHE DEL LINGUAGGIO NON VERBALE

Il nostro linguaggio non verbale

  • Posizione del corpo: stare alla stessa altezza o leggermente più in basso, stare davanti piuttosto che di fianco, faciliterà il nostro caro a guardarci mentre ci parla e per noi sarà più facile osservarne bene il viso e coglierne i segnali non verbali.
  • Tono di voce: parlare con un tono di voce caldo, basso e accogliente creerà fiducia.
  • Sguardo: mantenere lo sguardo su di lui o guardarlo negli occhi mentre comunica con noi gli farà sentire il nostro interesse.
  • Espressioni del viso:  un sorriso o accenni di assenso, saranno per lui una conferma che stiamo ascoltando e siamo interessati.
Ricordiamo che la persona disorientata si sposta sempre più in una posizione di “ascolto attivo/emotivo” e riesce a interpretare il nostro linguaggio non verbale intercettando con facilità il nostro stato d’animo e l’autenticità del nostro approccio. 

Il linguaggio non verbale dell’anziano ci aiuta a capire le sue emozioni e ci conferma se il nostro atteggiamento e le nostre parole lo stanno raggiungendo

Il linguaggio non verbale della persona disorientata

  • Posizione del corpo: ci dice se è rilassato, infastidito, se si sta irritando, se vuole andare via…
  • Tono di voce: ci rivela il suo stato d’animo, se è arrabbiato la voce avrà un tono forte, se è triste sarà bassa e parlerà lentamente, se in ansia il tono sarà stridulo e parlerà veloce…
  • Lo sguardo: se sfugge esprime imbarazzo, disagio, gli occhi chiusi possono esprimere rifiuto, chiusura, ma anche rilassamento e ascolto e sarà l’osservazione degli altri aspetti che ci consentirà di decifrare al meglio questo segnale.
  • Espressioni del viso: sono fondamentali per capire quale emozione stia provando l’anziano in quel momento.

Ora proviamo a metterci in gioco e tentiamo di riconoscere le emozioni che caratterizzano le varie immagini.

Osserva attentamente questi 6 stati d’animo e poi clicca sopra l’immagine per scoprire se hai interpretato correttamente le espressioni del volto.

Modella: Ilaria Gelmi

QUANDO CI VIENE IN AIUTO L’ASCOLTO ATTIVO?

Fase 1 e 2  – Primo periodo del disorientamento

Quando il nostro caro ha ancora una capacità verbale presente e riesce comunque ad esprimersi,  l’ascolto attivo ci aiuta a comprendere meglio quello che non viene detto, le eventuali incongruenze tra le parole usate e le emozioni trattenute, ma soprattutto ci aiuta a farlo sentire ascoltato.

Fase 2 e 3 – Periodo intermedio

Successivamente quando il linguaggio inizia ad essere compromesso ma ancora riesce a comunicare i suoi bisogni (se ha fame, sete, deve andare in bagno) e magari a fare richieste a cui non potremo dare soluzione (come ad esempio “voglio andare a casa”), l’ascolto attivo ci aiuta comunque a comprendere meglio, ad accogliere e a fargli sentire che lo ascoltiamo e che quello che dice, per noi ha valore.

Fase 3 e 4

Ma quando non sarà più in grado di esprimersi verbalmente e i bisogni ci saranno comunque?

La capacità di ascoltare in modo attivo ci sarà ancora più di aiuto nel leggere i suoi bisogni attraverso comportamenti e comunicazione non verbale.

Attraverso l’ascolto attivo e non verbale magari ci accorgeremo che le famose “crisi di agitazione psicomotoria” possono essere semplicemente un modo per dirci che qualcosa lo sta disturbando, che c’è un dolore o semplicemente, che ha bisogno di andare in bagno ma non riesce più a trovarlo, o a riconoscerlo, o ad esprimerne la necessità.

L’allenamento e la conoscenza della persona ci possono consentire nel tempo di riconoscere velocemente nel nostro caro i segni dell’agitazione, piuttosto che di un’arrabbiatura, di tristezza o di dolore e di accoglierne con tempestività le emozioni.

In tutto questo non abbiamo ancora fatto cenno al silenzio, grande arma dell’ascolto attivo e che spesso dimentichiamo di avere a disposizione o, ancora più frequentemente, ci fa paura, ci fa stare a disagio.

Ma è nel nostro silenzio che l’anziano può farsi sentire più forte, qualunque linguaggio lui stia usando.

E per salutarci un verso di Steve Goodier:

La chiave per un buon ascolto non è la tecnica, è il desiderio. Fino a quando non vogliamo davvero capire l’altra persona, non potremo mai ascoltare bene

Vi aspettiamo il 16 ottobre con un nuovo appuntamento Validation “Le parolacce che non ha mai detto”, quando un nostro caro improvvisamente assume dei comportamenti o dice delle cose che non gli “appartengono”

Trovo indispensabile sottolineare che il metodo Validation può essere applicato avendo la consapevolezza che alcuni piccoli suggerimenti, da soli, non potranno portare a risultati “miracolosi”

Patrizia Gelmi

Ben trovato a chi ha deciso di conoscere il metodo Validation attraverso Storie in Valigia.
Il tema all’interno di Storie in Valigia non ha l’obbiettivo di formare,
esistono infatti incontri e corsi strutturati a questo scopo, ma bensì di “dialogare”.
L’obbiettivo è portare a conoscenza delle famiglie il metodo che ha cambiato negli ultimi 15 anni la mia vita, sia dal punto di vista lavorativo che personale.

Patrizia GelmiFormatrice Validation

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